Esperia arrancava nel deserto. Eppure non sentiva il sole bruciare sulla pelle, ma la gola era arsa e le labbra screpolate. Qualcosa la colpì ad una spalla. Si spaventò così tanto da svegliarsi dal sogno di colpo col cuore in gola.
Dov’era? Cosa stava succedendo? Era ancora nel sogno? Poi i suoi occhi misero a fuoco la fredda camera e il viso ostile di un servo. E si ricordò di essere prigioniera di Borea.
– Venite con me –
Aveva sete. Così tanta da faticare a deglutire. E nonostante che la paura l’avvolgesse col suo manto, aveva fame.
Si alzò e titubante seguì l’uomo. Non aveva altra scelta.
Il corridoio era buio e l’unica luce era quella tremolante della candela, che creava giochi di ombre sui muri.
Il servo si fermò. Davanti a loro c’era un guerriero in armatura. L’oscurità nascondeva il suo volto, la flebile luce del cero giocava con i lineamenti del viso facendo apparire e scomparire due occhi crudeli e il sogghigno malefico della sua bocca.
– Ora ci penso io a lei, sparisci! –
Esperia venne strattonata verso una porta, spinta in uno stanzino e chiusa dentro.
Era buio, non poteva vedere niente. Rimase immobile attaccata alla porta con le lacrime che bruciavano negli occhi.
Da fuori giungevano voci di soldati, coperte da rumore di ferraglia. Da quel poco che riuscì a capire essi si preparavano per un pedinamento. Dovevano trovare ed uccidere gli intrusi del regno di Alioth, tranne la principessa. Lei doveva essere catturata viva.
La loro nave era stata trovata tra gli scogli e bruciata. Le loro tracce si erano perse all’entrata della Foresta Viva. Di sicuro ora erano diretti verso le montagne.
Rumori di passi. Silenzio.

Annunci