Neve e pace

I Messaggeri di Hermes
I Messaggeri di Hermes

Quando siete felici guardate nella profondità del vostro cuore e scoprirete che ciò che ora vi sta dando gioia è soltanto ciò che prima vi ha dato dispiacere. Quando siete addolorati guardate nuovamente nel vostro cuore e vedrete che in verità voi state piangendo per ciò che prima era la vostra delizia.
(Kahlil Gibran)

Dopo tre giorni di assenza avevo preso il primo turno al bar.
Camminavo velocemente nel freddo del mattino ancora buio, sperando di scaldarmi un po’.
Le vie deserte, il silenzio dell’alba, la luce del bar che accendendosi cancella le ombre e illumina i locali vuoti. Tutto questo lo trovavo molto rilassante.
Oggi anche Marc era rientrato al lavoro. Non ero tranquilla. L’avevo lasciato che dormiva ancora.
Nonostante lui dicesse di stare bene era pallido e aveva delle ombre sotto gli occhi.
Avevo insistito per una visita ad Anubis ma non ci voleva andare.
Mi sarebbe piaciuto anche sentire l’opinione di Sabbath ma purtroppo era talmente impegnato a seguire Sfera da non essere reperibile in nessun modo.
Di Sonia non si sapeva ancora nulla. La polizia aveva detto che ci avrebbe avvisato se per caso la vedevano, fino ad ora tutto taceva.

Verso le 8 iniziai a sentire il vociare per strada e mi venne da sorridere.
Riconoscevo tutte le voci.
La porta del bar si aprì facendo entrare un po’ d’aria fredda e l’allegra combriccola si riversò sugli sgabelli vicino al bancone.
<<Buongiorno!>> sorrisi a Simone, David, Albert, Seth e Marc.
I caffè da preparare, le battute spiritose, il profumo dei chicchi che tostavano riempirono l’aria di tranquilità e mi sentì rilassata e spensierata come non succedeva da giorni.

Verso le 11 mi raggiunse Elizabeth per aiutarmi coi preparativi per il pranzo. Jemina, con tutte le sostituzioni che aveva fatto, si era meritata questa giornata di riposo. La immaginai a nuotare nel lago di Stola.

Quando terminai il mio turno il cielo era bianco e luminoso. Mi incamminai verso la pensione, volevo recuperare un po’ di cose.
Mi venne nostalgia ad entrare nella nostra camera. Non sapevo quando saremmo tornate a vivere lì, avevo paura delle visite non richieste del Rosso. Mi sedetti sul letto e mi guardai attorno soffermandomi sui dettagli. Respirai il profumo familiare che ormai associavo a casa. Recuperai un po’ di vestiti dall’armadio e il mio portatile. Misi tutto in uno zaino e chiusi per bene la porta.
Quando tornai in strada dal cielo scendevano lenti i primi fiocchi di neve.

Un giorno. Avevo avuto il mio giorno di normalità.

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